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Growth investing , Value, Momentum e Quality: Cosa Sono e Come si Usano

  • Immagine del redattore: Salvatore Bilotta
    Salvatore Bilotta
  • 19 ago 2025
  • Tempo di lettura: 20 min

Davanti a migliaia di azioni quotate, ogni investitore ha bisogno di un criterio per decidere quali comprare. Non un'opinione sul singolo titolo: un criterio, cioè una regola che si applica sempre allo stesso modo e che si può spiegare a qualcun altro.


Gli stili di investimento sono esattamente questo. Sono quattro modi diversi di rispondere alla stessa domanda, e ognuno guarda l'azienda da un'angolazione differente: quanto cresce, quanto costa, come si sta muovendo il suo prezzo, quanto è solida.


Growth compra le aziende che crescono in fretta, accettando di pagarle care. Value compra le aziende che costano poco rispetto a quello che valgono già oggi. Momentum compra le azioni che stanno già salendo, senza guardare i bilanci. Quality compra le aziende redditizie e poco indebitate, care o economiche che siano.


Sembrano quattro sfumature dello stesso mestiere, e invece è il contrario: nei periodi in cui uno funziona molto bene, quasi sempre un altro sta facendo peggio del mercato. Non è un difetto, è la ragione per cui vale la pena conoscerli tutti e quattro invece di sposarne uno e difenderlo.


Questa guida parte dal più cercato e dal più frainteso di tutti, il growth investing, spiega come si costruisce e si gestisce un portafoglio orientato alla crescita, poi passa agli altri tre, ai confronti diretti tra loro e al modo in cui si combinano dentro un portafoglio vero.




INDICE -- In questa guida trovi:



Cos'è il growth investing


Il growth investing è l'approccio che seleziona le aziende in forte crescita: società i cui ricavi e i cui utili aumentano più velocemente della media del mercato, e che si presume continueranno a farlo per diversi anni.


Cosa significa in pratica: chi investe growth accetta di pagare un prezzo alto oggi perché scommette che i profitti di domani saranno molto più grandi di quelli attuali. Il valore dell'azienda non sta in quello che guadagna adesso, sta in quello che guadagnerà. È un investimento sul futuro dell'impresa, non sulla sua fotografia presente.


Un esempio rende la logica immediata. Un'azienda che guadagna 100 milioni all'anno e cresce del 3% viene valutata magari 1,5 miliardi. Un'azienda che guadagna gli stessi 100 milioni ma cresce del 30% all'anno può valerne 5 o 6. Il mercato non sta pagando i profitti di oggi, che sono identici: sta pagando i profitti che si aspetta tra cinque o dieci anni.


Da questa logica discende tutto il resto dello stile, incluso il suo rischio principale. Quando compri growth stai comprando aspettative, e le aspettative si possono deludere.


Il growth investing ha una sua storia riconoscibile. Nasce come approccio strutturato con Philip Fisher negli anni Cinquanta, che sosteneva di cercare poche aziende eccezionali con vantaggi competitivi durevoli e di tenerle per molto tempo, invece di comprare e vendere in continuazione. È la filosofia che ha reso celebri i grandi vincitori tecnologici degli ultimi vent'anni, e anche quella che ha prodotto le delusioni più rumorose quando la crescita promessa non si è materializzata.



Come si riconosce un titolo growth


Non esiste un bollino ufficiale che certifica un'azione come growth. Esistono indicatori che si guardano insieme, e nessuno dei quali basta da solo.


La crescita dei ricavi


È il primo segnale, ed è il più affidabile perché i ricavi sono più difficili da manipolare contabilmente degli utili. Quello che conta non è il singolo anno buono, è la continuità: un'azienda che cresce del 20% per cinque anni consecutivi racconta una storia diversa da una che ha fatto +60% in un anno e poi si è fermata.


La crescita degli utili


Vale lo stesso ragionamento, con un'avvertenza. Molte aziende growth, soprattutto quelle giovani, non hanno ancora utili: reinvestono tutto per crescere più in fretta. In quel caso l'utile non è la metrica da guardare, e bisogna spostarsi sui margini e sulla generazione di cassa per capire se il modello di business funziona o se sta solo bruciando capitale.


I multipli alti


Il rapporto prezzo/utili (P/E) e il rapporto prezzo/fatturato (P/S) di un titolo growth stanno sopra la media del mercato, spesso molto sopra. Se un'azione tratta a 40 volte gli utili contro una media di mercato intorno a 18, il mercato le sta già attribuendo una crescita robusta.


Questo è il punto che va capito bene: il multiplo alto non è un difetto del titolo growth, è la sua definizione. Un'azienda che cresce moltissimo e tratta a multipli bassi non esiste quasi mai, e quando esiste di solito c'è un motivo scritto da qualche parte nei conti.


Dividendi assenti o minimi


Le aziende growth distribuiscono poco o niente. I soldi restano dentro per finanziare l'espansione: nuovi mercati, ricerca e sviluppo, acquisizioni. Un rendimento da dividendo alto è quasi sempre il segnale che si sta guardando un'azienda di un altro tipo.


I settori tipici


Tecnologia, software, semiconduttori, biotech, consumi discrezionali. Non è una regola ferrea e ci sono aziende growth in settori tradizionali, ma la concentrazione settoriale è reale ed è uno dei problemi pratici di chi costruisce un portafoglio growth, come vedremo tra poco.


Dove sta il rischio


Quando compri growth stai pagando in anticipo una crescita che deve ancora arrivare. Se arriva, ottimo. Se arriva meno del previsto, il prezzo non scende un po': crolla. E crolla per un motivo doppio, che vale la pena capire perché spiega la violenza di certi ribassi.


Il valore di un'azione growth è il prodotto di due cose: gli utili attesi e il multiplo che il mercato accetta di pagarci sopra. Quando una trimestrale delude, si abbassano entrambi contemporaneamente. Gli analisti tagliano le stime sugli utili futuri e allo stesso tempo il mercato decide che quell'azienda non merita più 40 volte gli utili ma 25. I due effetti si moltiplicano tra loro, e il risultato è il calo del 30% o 40% in una singola seduta che su un titolo maturo non si vede quasi mai.


C'è un secondo rischio, meno intuitivo ma altrettanto importante: la sensibilità ai tassi di interesse. Il valore di un'azienda growth sta nei profitti lontani nel tempo, e quando i tassi salgono quei profitti lontani valgono meno oggi, perché vanno scontati a un tasso più alto. È il motivo per cui nel 2022, con le banche centrali che alzavano i tassi in modo aggressivo, i titoli growth hanno perso molto più del mercato pur non avendo problemi aziendali specifici.




Perchè un titolo growth crolla il doppio


Il punto che quasi nessuno dice sul growth


Value, momentum e quality sono quelli che in finanza si chiamano fattori: criteri di selezione per i quali esistono decenni di ricerca accademica che documenta un extra rendimento storico rispetto al mercato nel suo complesso. Il value entra nella letteratura con i lavori di Eugene Fama e Kenneth French all'inizio degli anni Novanta, il momentum con lo studio di Jegadeesh e Titman del 1993, la qualità con la ricerca successiva sulla redditività delle imprese.


Il growth non è in quella lista, e non per una dimenticanza. Nella ricerca accademica "growth" non è un fattore premiante: è semplicemente il lato opposto del value, cioè il gruppo delle azioni costose rispetto ai fondamentali. E storicamente è il lato che ha reso di meno, non di più.


Questa non è un'obiezione al growth investing, ed è importante non fraintenderla. È una precisazione su dove sta davvero il rendimento, e cambia il modo in cui si usa lo stile.


Il growth non paga perché le aziende crescono. Paga quando crescono più di quanto il mercato avesse già messo nel prezzo.

La crescita, da sola, è già scontata nel prezzo che stai pagando: è esattamente quello che il multiplo alto rappresenta. Comprare un'azienda che crescerà del 25% l'anno non produce nessun extra rendimento se il mercato si aspettava il 25% e lo aveva già pagato. Il rendimento sta nella sorpresa, non nella crescita.


È la ragione per cui un decennio come il 2010-2020, dominato dal growth tecnologico americano, non è una legge di natura. È stato un periodo specifico, con tassi vicini allo zero che gonfiavano il valore attuale dei profitti lontani, e con un gruppo di aziende che ha superato ripetutamente attese già molto alte. Chi da quel decennio ha estrapolato una regola generale, nel 2022 l'ha pagata.


E vale anche il rovescio, che è la parte utile per chi investe oggi: il growth non è uno stile da evitare perché "caro". È uno stile in cui la domanda giusta non è mai "questa azienda crescerà?", ma "questa azienda crescerà più di quanto il prezzo stia già dando per scontato?".



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Nel briefing settimanale analizziamo cosa stanno facendo tassi, inflazione e crescita, e come questo si riflette sui mercati e sulle rotazioni tra stili.




Come si gestisce un portafoglio growth


Costruire un portafoglio orientato alla crescita significa scontrarsi con tre problemi ricorrenti, sempre gli stessi. Chi li affronta prima di partire ha già risolto la maggior parte del lavoro.


Il primo problema: la concentrazione nascosta


Il growth tende a raggrupparsi. Poche aziende, spesso dello stesso settore e dello stesso paese, finiscono per pesare moltissimo. Un portafoglio che sembra diversificato perché contiene venti titoli può avere in realtà una sola scommessa dentro: la tecnologia americana a grande capitalizzazione.


La verifica da fare non è contare quanti titoli hai. È guardare due numeri: quanto pesano insieme le prime cinque posizioni, e a quanti settori diversi appartengono. Se i primi cinque pesano più della metà e stanno in due settori, non hai un portafoglio diversificato: hai una scommessa concentrata con venti nomi sopra.


Il secondo problema: il ribilanciamento


In un portafoglio growth i vincitori diventano enormi in fretta. Se non tocchi niente, dopo due anni buoni ti ritrovi con un'esposizione molto più aggressiva di quella che avevi deciso all'inizio, e quel rischio in più te lo sei preso senza sceglierlo: te lo ha assegnato il mercato.


L'unica difesa che funziona è una regola fissata in anticipo. Per esempio: nessuna posizione singola sopra il 10% del portafoglio, si ribilancia due volte l'anno a date stabilite. Il punto non è che la regola sia perfetta, è che toglie la decisione dal momento in cui saresti meno lucido, cioè quando il titolo che ha triplicato ti sembra impossibile da alleggerire.


Il terzo problema: la volatilità che ti fa uscire


Un portafoglio growth scende più del mercato quando il mercato scende. Non è un difetto da correggere, è una caratteristica strutturale dello stile.


Il problema nasce quando la quota growth è così grande da togliere il sonno durante un ribasso del 30%. In quel caso la questione non è il ribasso: è che il dimensionamento era sbagliato in partenza. Un'allocazione che non riesci a mantenere in un mercato negativo non è un'allocazione aggressiva, è un'allocazione che verrà abbandonata nel momento peggiore. Quanto pesa qui la componente psicologica lo abbiamo approfondito nella guida dedicata.


Come si usa il growth dentro un portafoglio sensato


Non come portafoglio intero, ma come una parte scelta di proposito: un nucleo ampio e diversificato sul mercato globale, e sopra una quota growth di cui hai deciso il peso in anticipo, non a occhio e non in base a quello che ha funzionato l'anno scorso.


La strada più semplice per esporsi allo stile sono gli ETF che replicano indici growth, per esempio l'MSCI World Growth. Dentro ci sono già centinaia di titoli selezionati con un criterio dichiarato e verificabile, invece di una manciata di nomi scelti perché se ne parlava. Come funzionano questi strumenti e cosa guardare prima di sceglierne uno lo trovi nella guida agli ETF.


C'è però una verifica che vale più di molte analisi, e che quasi nessuno fa prima di comprare: guarda cosa hai già.


Se il nucleo del tuo portafoglio è un ETF sull'MSCI World o sull'S&P 500, una quota consistente di growth ce l'hai già dentro. Quegli indici pesano le aziende per capitalizzazione, e le grandi tecnologiche sono le più grandi società del mondo: sono già nelle prime posizioni. Aggiungere un ETF growth sopra un MSCI World non aggiunge uno stile nuovo, raddoppia un'esposizione che avevi già. La composizione dell'MSCI World e quanto pesano davvero i primi nomi li abbiamo analizzati nel dettaglio.



Per il metodo completo con cui si costruisce un portafoglio di ETF, dal nucleo agli strati satellite, il riferimento è la guida operativa.




Il portfoglio growth: Nucleo e satellite


Cos'è il value investing


Il value investing compra aziende che sul mercato costano poco rispetto ai loro fondamentali: utili, patrimonio netto, flussi di cassa.


L'idea di fondo è che il mercato ogni tanto esagera al ribasso, per pessimismo, per disinteresse o perché un settore è temporaneamente fuori moda, e che quel prezzo prima o poi torna verso il valore reale dell'azienda. È l'approccio codificato da Benjamin Graham negli anni Trenta e reso celebre da Warren Buffett, che poi lo ha evoluto integrandolo con criteri di qualità.


Cosa si guarda: rapporto prezzo/utili basso, rapporto prezzo/valore contabile basso, spesso un dividendo consistente perché si tratta di aziende mature che distribuiscono invece di reinvestire. I settori tipici sono banche, assicurazioni, energia, industriali, utility, telecomunicazioni.


Dove sta il rischio: la trappola di valore


Un'azione costa poco anche quando l'azienda sta effettivamente peggiorando. In quel caso non è un'occasione, è un declino in corso, e il prezzo basso è semplicemente corretto.


La domanda giusta davanti a un titolo a sconto non è mai "quanto è scontato". È "perché il mercato lo sconta, e quel motivo è temporaneo o strutturale?". Un'azienda penalizzata da una crisi settoriale ciclica è una cosa. Un'azienda il cui prodotto sta venendo sostituito da una tecnologia nuova è un'altra, e nessun multiplo basso la salva.


La caratteristica da conoscere prima di adottarlo


Il value può restare indietro per anni. Tra il 2010 e il 2020 ha fatto peggio del mercato per un decennio quasi intero, prima di tornare a funzionare nel 2022. Chi sceglie questo stile deve poter reggere quel tipo di attesa, altrimenti lo abbandona esattamente nel momento in cui sta per ripagare, che è il modo più comune di perdere soldi con una strategia corretta.



Cos'è il momentum


Il momentum compra le azioni che negli ultimi mesi sono salite di più ed evita quelle che sono scese. Non guarda i bilanci, non guarda le valutazioni: guarda l'andamento del prezzo.


Detta così sembra ingenuo, e invece è uno degli effetti più documentati e più persistenti dei mercati finanziari. Ciò che è andato bene negli ultimi sei-dodici mesi tende a continuare ancora per qualche mese. L'effetto è stato misurato su decenni di dati, su mercati diversi e su classi di attività diverse.


Le spiegazioni sono in gran parte comportamentali: gli investitori incorporano le buone notizie in modo graduale invece che immediato, chi ha un guadagno tende a venderlo troppo presto per incassarlo, e i flussi di denaro inseguono i risultati recenti alimentando il movimento.


Come si applica in pratica: si ordinano i titoli per rendimento degli ultimi 6-12 mesi, si comprano quelli nelle prime posizioni della classifica, si rivede la classifica ogni tre-sei mesi sostituendo chi è uscito.


Dove sta il rischio: le inversioni


Il momentum funziona finché il mercato resta nella stessa direzione, e viene punito duramente quando gira di colpo. Nei rimbalzi violenti che seguono un crollo, quando a ripartire per prime sono le azioni più massacrate, un portafoglio momentum è posizionato esattamente dalla parte sbagliata: possiede i titoli che stavano salendo prima e non quelli che rimbalzano adesso.


È anche lo stile con il turnover più alto, cioè quello che comporta più operazioni di acquisto e vendita. I costi di transazione e la fiscalità si mangiano una parte del vantaggio teorico, ed è il motivo per cui il momentum funziona meglio implementato dentro un fondo o un ETF che replicandolo a mano.



Cos'è il quality


Il quality seleziona le aziende solide, indipendentemente dal fatto che siano care o economiche. È l'unico dei quattro stili che non parte dal prezzo: parte dalla salute dell'impresa.


Cosa si guarda: redditività alta e stabile nel tempo (ROE, margini operativi), poco debito rispetto al capitale, utili che crescono in modo regolare invece che a strappi, capacità di generare cassa in modo continuativo.


È lo stile più noioso dei quattro, ed è esattamente il suo pregio. Le aziende di qualità tendono a scendere meno del mercato nelle fasi negative, perché hanno i conti in ordine per attraversarle senza dover chiedere capitale nel momento peggiore. Non è lo stile che produce il rendimento migliore nelle fasi euforiche, è quello che lascia meno danni quando le cose si mettono male.


Dove sta il rischio: la qualità si paga


Nei periodi in cui tutti cercano sicurezza, le aziende di qualità diventano care. A quel punto stai comprando un'ottima azienda a un prezzo che già incorpora il fatto che sia ottima, e il rendimento futuro ne risente.


È lo stesso meccanismo del growth, applicato a una caratteristica diversa: quello che il mercato sa già, l'hai già pagato.



Value o growth: la differenza vera


È il confronto più cercato dei quattro, e quasi sempre viene raccontato male. La differenza non è "aziende noiose contro aziende innovative", e non è nemmeno "vecchia economia contro nuova economia".


La differenza è dove si trova il valore rispetto al prezzo che paghi.


Nel value paghi poco qualcosa che vale già di più oggi, e aspetti che il mercato se ne accorga. Nel growth paghi molto qualcosa che varrà di più domani, e aspetti che quel domani arrivi.


Il value scommette su un errore di valutazione del mercato nel presente. Il growth scommette sul futuro dell'azienda. Sono due scommesse diverse, con due modi diversi di andare male: il value sbaglia quando l'azienda a sconto stava davvero peggiorando, il growth sbaglia quando la crescita attesa non si realizza.


Come si comportano nei diversi contesti


Da questa distinzione discende il comportamento nelle diverse fasi di mercato, ed è la parte operativamente più utile:


Tassi in salita. Penalizzano il growth, perché i profitti lontani nel tempo vengono scontati a un tasso più alto e valgono meno oggi. In genere favoriscono il value, che ha una quota maggiore del proprio valore nei profitti presenti, e in particolare i finanziari, che sui tassi alti guadagnano di più.


Tassi bassi o in discesa. Favoriscono il growth, per il meccanismo opposto.


Inizio di una ripresa economica dopo una recessione. Storicamente è il momento del value: le aziende cicliche più penalizzate durante la recessione sono quelle che rimbalzano di più quando l'economia riparte.


Fase matura del ciclo, con crescita economica scarsa. Quando la crescita diventa una merce rara, il mercato paga di più le poche aziende che crescono comunque. È il contesto che favorisce il growth.


Non esiste il migliore in assoluto. Esistono decenni in cui vince uno e decenni in cui vince l'altro, e chi li alterna inseguendo quello che ha appena funzionato finisce sistematicamente per comprare in ritardo. Come questi stili si incastrano in una allocazione complessiva lo abbiamo trattato nella guida all'asset allocation.




Value o Growth: due scommesse diverse


Growth e momentum: perché si assomigliano ma non sono la stessa cosa


Vengono confusi spesso, e c'è un motivo concreto: nella pratica finiscono per contenere in larga parte gli stessi titoli. Un'azienda che cresce molto di solito ha anche un'azione che è salita molto.


Il criterio però è diverso, ed è una differenza che conta:


Il growth guarda l'AZIENDA. Quanto crescono ricavi e utili, cioè i numeri di bilancio.


Il momentum guarda il PREZZO. Quanto è salita l'azione negli ultimi mesi, indipendentemente dal perché sia salita.


La conseguenza è che i due possono divergere, e quando divergono la differenza è netta. Un titolo momentum può essere un'azienda in perdita che sta salendo per una speranza o per una moda. Un titolo growth può essere un'azienda in forte crescita la cui azione sta scendendo perché il prezzo era arrivato troppo in alto rispetto anche a quella crescita.


La sovrapposizione che quasi nessuno controlla


Chi tiene in portafoglio sia un ETF growth sia un ETF momentum spesso crede di avere due esposizioni diverse e ne ha una sola raddoppiata. È una delle sovrapposizioni più comuni e meno verificate.


Il controllo da fare è banale e richiede cinque minuti: apri le prime dieci posizioni di entrambi gli strumenti e conta quante coincidono. Se ne coincidono sei o sette, non stai diversificando, stai concentrando con due commissioni invece di una.



Quality e growth: la coppia che funziona insieme


Questa è la combinazione più sensata tra quelle cercate, e non è un caso che venga cercata.


Il quality filtra il growth esattamente dove il growth è più fragile: chiede che l'azienda guadagni davvero, non che prometta di guadagnare. Applicare un filtro di qualità a un universo growth toglie dal paniere le società che crescono bruciando cassa e che sopravvivono solo finché qualcuno continua a finanziarle. Sono proprio quelle che spariscono quando i tassi salgono e il capitale smette di essere gratis.


Detto in una riga: la crescita dice quanto corre l'azienda, la qualità dice se ha le gambe per reggere la corsa.


È anche il motivo per cui molti indici di qualità e molti fondi cosiddetti "quality growth" contengono le stesse grandi società tecnologiche profittevoli: soddisfano entrambi i criteri contemporaneamente. Il che riporta al controllo del paragrafo precedente: prima di aggiungere uno strumento, guarda cosa c'è già dentro quelli che hai.



I quattro stili a confronto


Il riepilogo dei quattro criteri, con la caratteristica che conta di più per ognuno: il momento in cui non funziona.


Growth


Cosa compra: aziende in forte crescita, pagate care.

Cosa guarda: ricavi e utili in crescita, multipli alti.

Va bene quando: i tassi sono bassi e la crescita economica generale è scarsa.

Il rischio: paghi in anticipo una crescita che può non arrivare, e la delusione si paga due volte.


Value


Cosa compra: aziende a sconto rispetto ai fondamentali.

Cosa guarda: prezzo/utili e prezzo/valore contabile bassi, dividendi.

Va bene quando: parte una ripresa economica e i tassi salgono.

Il rischio: la trappola di valore, cioè un titolo che costa poco perché l'azienda sta davvero peggiorando.


Momentum


Cosa compra: azioni che stanno già salendo.

Cosa guarda: il prezzo degli ultimi 6-12 mesi, non l'azienda.

Va bene quando i trend di mercato sono lunghi e direzionali.

Il rischio: le inversioni brusche, e i costi di un continuo comprare e vendere.


Quality


Cosa compra: aziende redditizie e poco indebitate.

Cosa guarda: ROE, margini, livello di debito, stabilità degli utili.

Va bene quando: il mercato è sotto stress o in calo.

Il rischio: la qualità diventa cara proprio quando la cercano tutti.


La riga da leggere per prima è quella del rischio, e va letta in verticale su tutti e quattro. I momenti in cui ciascuno stile soffre non coincidono tra loro: è questa, e non la ricerca del migliore, la ragione tecnica per cui combinarli ha senso.




I quattro stili in una schermata

Come si combinano gli stili in un portafoglio


Combinare value, quality e momentum è l'uso più interessante di tutto questo discorso, e la ragione è tecnica, non estetica.


I tre stili non vanno male negli stessi periodi. Quando il value resta indietro, spesso il momentum sta funzionando perché il mercato è in un trend lungo. Quando il momentum viene punito da un'inversione improvvisa, la qualità regge perché in quelle fasi il mercato cerca solidità. Mettendoli insieme, il portafoglio ha meno periodi lunghi di sofferenza rispetto a quelli di ciascuno preso da solo.


Non si tratta di ottenere di più: si tratta di ridurre le probabilità di trovarsi con l'unico stile scelto fermo per sei anni, che è la situazione in cui quasi tutti abbandonano.


I due errori da evitare


Il primo è comprare quattro ETF su quattro stili e chiamarla diversificazione. Se dentro ci sono in larga parte le stesse aziende, cosa che succede spesso tra growth, momentum e quality, non hai diversificato niente: hai pagato quattro commissioni per una sola esposizione. Il controllo delle prime dieci posizioni va fatto prima di comprare, non dopo.


Il secondo è cambiare stile dopo che uno ha appena fatto male. È il modo più efficace per prendere sistematicamente il peggio di ognuno: si entra in uno stile quando ha già corso e si esce prima che riparta. Una combinazione ha senso solo se decisa prima e mantenuta per anni, non inseguita trimestre per trimestre.


L'ordine delle operazioni


Prima di tutto questo viene il nucleo del portafoglio. Gli stili sono uno strato che si mette sopra una base ampia e diversificata, non un sostituto della base.


Chi parte dagli stili senza avere un nucleo si ritrova con un portafoglio fatto di scommesse tematiche, che è un'altra cosa e comporta un altro tipo di rischio. Il percorso corretto è: prima l'allocazione tra classi di attività, poi il nucleo azionario globale, poi eventualmente gli stili come strato satellite con pesi decisi in anticipo.



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Gli errori più comuni con gli stili di investimento


Inseguire lo stile che ha appena funzionato. È l'errore numero uno e produce il risultato peggiore possibile: si compra sempre dopo la corsa e si vende sempre prima del recupero. I dati sui flussi dei fondi mostrano che il rendimento medio ottenuto dagli investitori è sistematicamente inferiore a quello dei fondi in cui investono, e la differenza sta quasi tutta nel momento in cui entrano ed escono.


Credere che uno stile sia definitivamente superiore. Ogni stile ha decenni buoni e decenni pessimi. Chi nel 2020 aveva concluso che il value fosse morto ha cambiato idea nel 2022. Chi nel 2022 ha concluso che il growth fosse finito ha cambiato idea nel 2023.


Non verificare le sovrapposizioni. Vale la pena ripeterlo perché è l'errore più silenzioso: quattro strumenti diversi possono contenere le stesse venti aziende. Il controllo delle prime dieci posizioni richiede cinque minuti e va fatto prima dell'acquisto.


Applicare uno stile senza rispettarne l'orizzonte. Il momentum si ribilancia ogni pochi mesi per costruzione, il value richiede anni di pazienza. Usare il value con l'orizzonte del momentum significa vendere ogni titolo prima che la tesi abbia tempo di realizzarsi.


Confondere lo stile con la singola azione. Uno stile è un criterio applicato a decine o centinaia di titoli, e le sue statistiche valgono sull'insieme. Comprare tre azioni growth non è fare growth investing: è avere tre azioni, con il rischio specifico di ognuna che pesa molto più del criterio.


Dimenticare i costi e la fiscalità. Gli stili con turnover alto generano operazioni, e le operazioni generano costi e tassazione sulle plusvalenze. Un vantaggio teorico dell'1,5% annuo può sparire integralmente nell'implementazione fatta male.



Come SPFinance guarda gli stili


Nel nostro lavoro gli stili non sono una scelta di campo, sono una lente per leggere cosa sta facendo il mercato.


Il punto di partenza è sempre il contesto macro: in che fase del ciclo economico siamo, cosa stanno facendo le banche centrali, in che direzione si stanno muovendo i tassi e le aspettative di inflazione. Da lì discende quale stile ha il vento a favore e quale lo ha contro, e soprattutto perché.


La rotazione tra stili è una delle informazioni più utili che il mercato produce quotidianamente, ed è spesso il primo segnale che qualcosa sta cambiando nel quadro macro. Quando il value inizia a battere il growth per settimane consecutive, di solito il mercato sta già prezzando qualcosa sui tassi o sulla crescita che i titoli dei giornali non hanno ancora raccontato.


Quello che non facciamo è saltare da uno stile all'altro. L'allocazione strategica si decide in anticipo, con orizzonti lunghi, e si mantiene. La lettura delle rotazioni serve a capire cosa sta succedendo e perché, non a inseguire il vincitore del trimestre.


Questa lettura la condividiamo ogni settimana nel briefing e nella live del mercoledì: non come indicazione su cosa comprare, ma come ragionamento da capire e adattare al proprio orizzonte.



FAQ: le domande più frequenti sugli stili di investimento


Cosa significa growth investing?


È l'approccio che seleziona aziende con ricavi e utili in forte crescita, accettando di pagarle care oggi perché si ritiene che varranno molto di più domani. Il valore dell'azienda non sta nei profitti attuali ma in quelli attesi negli anni successivi.


Che differenza c'è tra value e growth?


Il value compra a poco qualcosa che vale già di più adesso e aspetta che il mercato se ne accorga. Il growth paga molto qualcosa che varrà di più in futuro e aspetta che quel futuro si realizzi. Il value scommette su un errore di valutazione presente, il growth sul futuro dell'azienda.


Il growth investing è più rischioso?


È più volatile, sì. Il prezzo incorpora aspettative alte, quindi una delusione si paga due volte: scendono sia l'utile atteso sia il multiplo che il mercato accetta di pagare. Ed è lo stile più sensibile ai rialzi dei tassi di interesse, perché il suo valore sta nei profitti lontani nel tempo.


Growth e momentum sono la stessa cosa?


No. Il growth guarda i numeri dell'azienda, il momentum guarda l'andamento del prezzo. In pratica contengono spesso gli stessi titoli, ed è proprio per questo che tenerli entrambi può raddoppiare la stessa esposizione senza accorgersene.


Qual è lo stile migliore?


Nessuno lo è sempre. Ognuno ha periodi anche lunghi in cui fa peggio del mercato, e quei periodi non coincidono tra loro. La domanda utile non è quale scegliere, è quanto peso dare a ciascuno e per quanto tempo si è disposti a mantenerlo.


Come si investe in uno stile senza scegliere i singoli titoli?


Con gli ETF che replicano indici costruiti su quel criterio, per esempio le versioni Growth, Value, Momentum e Quality dell'MSCI World. Selezionano centinaia di titoli con una regola dichiarata e verificabile, invece di una manciata di nomi scelti a sensazione.


Ho già un ETF sull'MSCI World: mi serve anche un ETF growth?


Va verificato prima di comprare. Gli indici come l'MSCI World pesano le aziende per capitalizzazione, e le grandi società tecnologiche sono già ai primi posti: una quota rilevante di growth è quindi già dentro il tuo nucleo. Aggiungere un ETF growth sopra aumenta un'esposizione che hai già, e va fatto sapendolo.


Ogni quanto si cambia stile?


Idealmente mai per inseguire i risultati recenti. L'allocazione tra stili si decide in anticipo e si ribilancia a date fisse, per esempio due volte l'anno, riportando i pesi a quelli stabiliti. Il ribilanciamento non è un cambio di strategia: è la manutenzione di quella scelta.


Gli stili funzionano solo sulle azioni?


Il ragionamento nasce sull'azionario, dove è più studiato, ma criteri analoghi si applicano anche ad altre classi di attività, per esempio momentum e qualità sul mercato obbligazionario. Le implementazioni disponibili al risparmiatore restano però concentrate sull'azionario.



Conclusione: quattro criteri, non quattro squadre


Growth, value, momentum e quality non sono quattro tifoserie tra cui scegliere. Sono quattro criteri, ognuno con un contesto in cui funziona e uno in cui delude, e conoscere quei contesti vale molto più che eleggerne uno e difenderlo per anni.


La cosa da portarsi via è quella detta sul growth, perché in realtà vale per tutti e quattro: il rendimento non arriva dalla caratteristica in sé, arriva da quanto quella caratteristica supera ciò che il mercato aveva già messo nel prezzo. Un'azienda che cresce tanto e lo aveva già dimostrato non è un affare, è un'azienda cara che cresce tanto.


Quello che il mercato sa già, l'hai già pagato. È la frase che riassume l'intera faccenda, e vale la pena tenerla a mente ogni volta che uno stile sembra ovviamente migliore degli altri.


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